"La Goitéta"

La verità dietro l'angolo.


In dialetto perugino la 'goitéta' è una curva a gomito. In questa rubrica è il punto in cui la propaganda si ferma e inizia la realtà.
Cosa intendiamo fare? Un'analisi precisa dei fatti.
Perché? Perché spesso la verità si nasconde proprio dove la cronaca decide di svoltare.
L'obiettivo? Leggere tra le righe, senza sconti per nessuno.


La curiosa vicenda dell'Umbria nella ZES Unica!

Benvenuti nella regione che è diventata "Sud" per necessità, ma con il contagocce.

Ecco un'analisi critica, quasi un "fondo di cronaca" tra il tecnico e il satirico, sulla curiosa vicenda dell'Umbria nella ZES Unica.
Umbria nella ZES: Il "Mezzogiorno" che finisce a Città di Castello.
L'Umbria è un caso clinico di geografia economica. Ufficialmente nel Centro Italia, ma trascinata per i capelli nella ZES Unica del Mezzogiorno (grazie alla Legge 171/2025) per cercare di fermare un'emorragia industriale che non conosce confini regionali. Il problema? Essere "ZES" a metà. Non è un'opportunità per tutti, ma un terno al lotto che ha diviso i campanili.
I "Magnifici" 37: La mappa dello strappo.
Su 92 comuni umbri, solo 37 sono stati ammessi al banchetto del credito d'imposta per gli investimenti. La lista è un mosaico che sembra disegnato da un cartografo con il singhiozzo:
Perugia e il Nord: Da Città di Castello a Foligno, passando per Gualdo Tadino e Gubbio. Qui la ZES ha pescato a piene mani.
Terni e il Sud: Qui sta il paradosso. Nonostante Terni-Narni sia l'unica "Area di Crisi Industriale Complessa" riconosciuta storicamente, inizialmente solo Terni, Narni e San Gemini sembravano avere le chiavi della cassaforte. Altri comuni della provincia (come Acquasparta o Amelia) sono entrati in una zona grigia di "procedure semplificate" ma con portafogli meno gonfi.
Leggere tra le righe: Con quale criterio sono stati scelti?
Se vi state chiedendo perché un comune sì e quello confinante no, non cercate la logica nel buon senso, ma nei codici comunitari.

La Gabbia dell'Articolo 107.3.c.
Il criterio non è "chi sta peggio", ma chi rientra nei parametri UE degli "Aiuti a finalità regionale". L'Umbria non è considerata "sottosviluppata" (come la Calabria), ma "in transizione". Quindi, per scegliere i comuni, si sono usati:
PIL pro capite inferiore alla media UE.
Tasso di disoccupazione locale.
Densità di popolazione (per le aree interne).
Il Fattore "Area di Crisi".
I comuni del polo siderurgico ternano e della fascia appenninica (colpita dal sisma e dalla crisi Merloni) avevano una corsia preferenziale "morale", ma non sempre tecnica. La critica feroce è che si è usato un algoritmo statistico per risolvere un problema politico e industriale.
La Politica del "Bilancino".
Leggendo tra le righe, la selezione riflette il peso politico delle diverse aree della regione. C'è chi vede in questa mappa un tentativo di compensare il declino delle acciaierie al Sud e chi, invece, vede la solita "Perugia-centrismo" che lascia a Terni solo le briciole del credito d'imposta, nonostante Terni sia il motore (ammaccato) dell'industria regionale.
L'Enorme Problema: Un'Umbria a due velocità
Il vero dramma di questa ZES "a macchia di leopardo" è la distorsione della concorrenza interna!
La Guerra tra Capannoni: Se un'azienda vuole aprire uno stabilimento, lo farà a Bastia Umbra (ZES) o nella vicina Assisi (esclusa)? La risposta è ovvia. Si rischia di svuotare comuni sani per inseguire il bonus in quelli vicini.
La Burocrazia del Cronometro: Le finestre per richiedere il credito d'imposta nel 2025 sono state strette come un imbuto (spesso pochi giorni per inviare le comunicazioni integrative).
L'Illusione del Sud: Far parte della ZES del Mezzogiorno senza avere le infrastrutture del Sud (o i finanziamenti massicci del PNRR dedicati al Meridione) rischia di essere un'operazione di puro marketing politico.
Tabella: Lo squilibrio in pillole (Dati 2026)

Zona                          Status ZES       Principale Vantaggio                 Criticità
Comuni Inclusi (37) Pieno                 Credito d'imposta fino al 35%     Rischio saturazione fondi
Comuni Esclusi        Nessuno            Nessuno                                          Fuga di capitali verso i vicini
Polo Ternano            Area Crisi           Autorizzazione Unica
                   Discrimin. sul credito d'imposta

In sintesi: L'Umbria nella ZES è come un invitato dell'ultimo minuto a un matrimonio: gli hanno dato un posto a tavola, ma il menu è ridotto e deve dividere la sedia con le Marche.

Giampiero Tamburi (coordinatore gruppo informale "Perugia Social City")


Il Cimitero di Monterone non è solo una questione burocratica!

L'articolo in questione (leggi qui), pur nella sua veste istituzionale di comunicato ufficiale, apre una finestra su una realtà complessa che va ben oltre la "semplice" ricostruzione post-sisma. "Leggendo tra le righe" e incrociando questi dati con le cronache recenti e lo stato attuale dei luoghi, emerge un quadro di necessità strutturali profonde, specialmente per il Cimitero Monumentale di Perugia (Monterone).
Al di là dell'indirizzo burocratico, cosa sarebbe veramente necessario fare per restituire dignità ai cimiteri perugini?
Dal "Cantiere Sisma" alla "Manutenzione Ordinaria Sistematica".
Il documento di indirizzo si concentra sulla riparazione dei danni del sisma del 2023. Tuttavia, la critica più forte che emerge osservando il Monumentale è che il sisma ha spesso solo "scoperchiato" o aggravato un degrado pregresso dovuto a decenni di incuria.
Cosa servirebbe di conseguenza? Non bastano interventi puntuali sui danni da terremoto. Serve un piano di manutenzione ordinaria costante. Spesso l'erba alta, le infiltrazioni dai tetti dei loculi e il distacco di intonaci non sono figli del sisma, ma del tempo e della mancanza di pulizia dei canali di scolo e delle coperture.
La Gestione dei Manufatti Privati in Abbandono.
Uno dei nodi più critici, che traspare anche dalle recenti interrogazioni comunali, è lo stallo sulle edicole funerarie private. Molte cappelle gentilizie nel Monumentale sono in stato di rovina perché le famiglie proprietarie sono estinte o irreperibili.
Cosa servirebbe fare? Una procedura amministrativa più snella per la decadenza delle concessioni e il riacquisto al patrimonio comunale dei manufatti abbandonati, per poter intervenire direttamente. Il Comune non può limitarsi a "indirizzare" la ricostruzione se i soggetti privati non esistono più o non hanno risorse; serve un intervento pubblico di salvaguardia artistica, trattando il cimitero come un museo a cielo aperto.
La Specificità del Monumentale: Oltre il Loculo, l'Arte.
Il Cimitero di Monterone non è solo un luogo di sepoltura, ma un archivio storico e artistico della città. Trattarlo con gli stessi parametri tecnici di un cimitero di frazione è un errore di prospettiva.
Cosa servirebbe dunque? Un restauro conservativo specialistico. Molti dei danni riguardano sculture, fregi e architetture di pregio. L'approccio della "ricostruzione edilizia" (quello tipico del post-sisma) rischia di essere troppo grezzo per manufatti di valore storico. Servirebbe un coordinamento permanente con la Soprintendenza che non sia solo "burocratico", ma progettuale.
Sicurezza e Decoro: Più che semplici transenne.
Chi frequenta il Monumentale sa che intere aree sono transennate da anni, non solo per il sisma del 2023, ma anche per quello del 2016. Le "zone rosse" cimiteriali stanno diventando permanenti.
Cosa servirebbe in effetti? Un investimento massiccio sulla sicurezza strutturale complessiva. È necessario superare la logica dell'emergenza (intervenire solo dove cade il pezzo) per passare a un monitoraggio statico di tutti i padiglioni storici. Inoltre, il problema dei furti di rame e dei vandalismi richiede sistemi di videosorveglianza moderni, spesso assenti o inefficienti.
La Questione Finanziaria: Reinvestire i Proventi.
Recentemente l'amministrazione ha sbloccato circa 800.000 euro, ma per 54 cimiteri (molti dei quali nelle frazioni sono in condizioni critiche) sono "gocce nel mare".
Cosa servirebbe? Un vincolo di bilancio ancora più stretto che garantisca che ogni euro incassato dai servizi cimiteriali (lampade votive, concessioni, operazioni) torni esclusivamente nella manutenzione dei cimiteri stessi. Spesso in passato queste entrate sono state usate per coprire altri buchi di bilancio, lasciando i viali nel degrado.
In conclusione:
L'approvazione del documento per il sisma è un segnale positivo di ripartenza tecnica, ma la "critica" che si legge tra le righe è che Perugia ha bisogno di un "Piano Straordinario per il Decoro Cimiteriale" che vada oltre l'evento sismico. Il Cimitero Monumentale, in particolare, sta perdendo pezzi della sua storia ogni giorno che passa tra una transenna e l'altra; la ricostruzione post-sisma dovrebbe essere solo l'innesco per una rigenerazione totale che oggi ancora non si vede nella sua interezza.

Giampiero Tamburi (coordinatore gruppo informale "Perugia Social City")


Progetti ambiziosi ma poco valutati!

L'articolo in questione (leggi qui) descrive due manovre amministrative del Comune di Perugia apparentemente molto diverse, ma accomunate da una strategia di "riempimento" e "presidio" del territorio.
Analizzando il testo "tra le righe", ecco una lettura critica dei pro e dei contro rispetto agli obiettivi che la giunta spera di ottenere.
Il Progetto Fontivegge (Piazza del Bacio)
L'obiettivo sottinteso: Combattere il degrado e l'insicurezza non solo con le forze dell'ordine, ma "occupando" fisicamente i locali vuoti con attività sociali e culturali.
I Pro (Perché potrebbe funzionare)
Abbattimento dei costi vivi: Offrire locali in comodato d'uso gratuito, con tasse e oneri condominiali a carico del Comune, è un incentivo fortissimo per le associazioni che spesso faticano a trovare sedi sostenibili.
Rivitalizzazione "dal basso": Portare persone "per bene" (operatori, volontari, utenti delle associazioni) in Piazza del Bacio crea un naturale controllo sociale, rendendo l'area meno attraente per la criminalità.
Sostegno ai proprietari privati: Molti locali in quella zona sono sfitti e rappresentano solo un costo (IMU, condominio) per i proprietari. Questa iniziativa trasforma un peso economico in un'opportunità di utilità sociale, riducendo l'abbandono edilizio.
I Contro (I rischi "tra le righe")
Effetto "Isola nel deserto": Se le associazioni sono poche o hanno orari limitati, il rischio è che i locali diventino delle "isole" protette in un contesto che rimane difficile. Senza una massa critica di attività, l'impatto sulla sicurezza reale potrebbe essere minimo.
Scadenza 2030: Il progetto ha un orizzonte temporale limitato. Cosa succederà nel luglio 2030? Se le associazioni non avranno raggiunto l'autonomia economica o se il Comune smetterà di pagare gli oneri, l'area potrebbe ripiombare nel degrado.
L'appetibilità della zona: Nonostante il risparmio economico, molte associazioni potrebbero temere per la sicurezza dei propri operatori o delle attrezzature, disertando l'avviso.
La Nuova Sede dell'I.C. Perugia 9 (San Martino).
L'obiettivo sottinteso: Risolvere un'emergenza logistica o amministrativa in un'area in espansione (la zona sud), dove i servizi scolastici sono sotto pressione.
I Pro (Perché potrebbe funzionare)
Prossimità al servizio: Spostare gli uffici nell'area di San Martino/Santa Maria Rossa significa avvicinare l'amministrazione scolastica alle famiglie della zona, decentralizzando i servizi dal centro o da altre zone congestionate.
Efficienza logistica: Cercare un immobile di almeno 200 mq con parcheggi e standard moderni suggerisce la volontà di creare un polo amministrativo funzionale, eliminando magari sedi vecchie, frazionate o non a norma.
I Contro (I rischi "tra le righe")
Costo per la collettività: A differenza di Fontivegge (comodato), qui si parla di locazione. Perché il Comune deve affittare da privati invece di valorizzare il proprio patrimonio immobiliare? Questo indica o una mancanza di edifici pubblici idonei nella zona sud o una scarsa manutenzione degli stessi.
Tempistiche strette: La richiesta di consegna entro 6 mesi suggerisce una certa urgenza. In caso di offerte non idonee, il Comune potrebbe trovarsi costretto ad accettare soluzioni di compromesso pur di garantire la continuità del servizio scolastico.
Analisi Critica Finale: Il Comune riuscirà nei suoi intenti?
Leggendo tra le righe, emerge una strategia di "Urbanistica Tattica":
A Fontivegge, il Comune agisce da facilitatore: non compra immobili (troppo costoso), ma "affitta" la vivacità delle associazioni per sanare una ferita urbana. È un esperimento a basso costo ma ad alto rischio di fallimento se non supportato da illuminazione, decoro e sicurezza reale.
A San Martino, l'amministrazione ammette implicitamente di aver bisogno del privato per sopperire a carenze di spazi pubblici, un segnale di come la zona sud stia crescendo più velocemente della capacità del Comune di aggiornare le proprie infrastrutture.
Conclusione: Il successo dipenderà dalla qualità della risposta privata. Se risponderanno associazioni "vive" (con corsi, eventi, sportelli aperti al pubblico) e se si troverà un immobile scolastico veramente moderno, Perugia farà un passo avanti. Se invece i bandi andranno deserti o verranno occupati solo per "fare magazzino", l'operazione sarà solo un maquillage burocratico.

Giampiero Tamburi (coordinatore gruppo informale "Perugia Social City"


LA SICUREZZA RICREATIVA SECONDO IL COMUNE DI PERUGIA.

Ecco un'analisi, letta "tra le righe", riguardante la decisione del Comune (con riferimento al contesto perugino/umbro) di adottare un vademecum in 10 punti per le attività ricettive nell'ambito del cosiddetto piano "anti-Crans" (legato alla sicurezza e al contrasto del degrado/illegalità).
Il "Vademecum della Sicurezza" è vera prevenzione o uno scaricabarile burocratico?
Nell'analisi di questo provvedimento si evidenzia che il Comune cerca di trasformare gli albergatori in sentinelle, tra l'esigenza di legalità e il rischio di soffocare l'accoglienza.
La notizia, riportata dal Corriere dell'Umbria del giorno 23 febbraio scorso, segna un punto di svolta nella gestione del turismo e della sicurezza urbana: il Comune ha stilato un vademecum in 10 punti destinato alle attività ricettive. L'obiettivo dichiarato è nobile: innalzare gli standard di sicurezza, prevenire infiltrazioni legate alla microcriminalità e garantire che il "sistema ospitalità" non diventi un porto franco per l'illegalità. Tuttavia, osservando la questione "tra le righe", emergono zone d'ombra che meritano una riflessione critica.
Un punto critico riguarda il ruolo dell'esercente. Con questi 10 punti, l'amministrazione sembra chiedere a titolari di hotel, B&B e affittacamere di agire come una sorta di "appendice" delle forze dell'ordine. Se da un lato la collaborazione è doverosa (e già prevista dalle leggi vigenti, come la comunicazione dei dati alla Questura tramite il portale Alloggiati Web), dall'altro c'è il rischio di snaturare la figura dell'ospite. Un albergatore dovrebbe concentrarsi sul benessere del cliente. Se viene investito di troppe responsabilità di controllo ispettivo, il clima di "benvenuto" rischia di trasformarsi in un clima di "sospetto".
Mentre le grandi catene alberghiere hanno uffici legali e personale dedicato, il piccolo proprietario di un B&B o di una casa vacanze si trova a dover gestire un ulteriore carico di adempimenti. Il vademecum, pur essendo presentato come una guida, può facilmente tradursi in una lista di "trappole" sanzionabili. In un settore già provato da normative regionali e comunali spesso frammentate, aggiungere 10 nuovi precetti rischia di favorire l'uscita dal mercato dei piccoli gestori onesti a favore di chi, operando totalmente in nero, continuerà a ignorare qualsiasi regola.
C'è poi una questione di marketing territoriale. Quale messaggio inviamo al turista se, all'arrivo in struttura, percepisce un'attenzione quasi ossessiva per protocolli di sicurezza e procedure "anti-degrado"? Esiste il rischio concreto di trasmettere un senso di insicurezza? Il visitatore potrebbe chiedersi perché siano necessarie misure così stringenti, finendo per percepire la città come meno sicura di quanto non sia in realtà. La sicurezza efficace è quella che si vede poco ma si sente molto; quella ostentata nei vademecum rischia di essere controproducente.
Una delle critiche più severa che riguarda il provvedimento è di natura politica. Spesso, quando l'amministrazione pubblica non riesce a garantire un controllo capillare del territorio con i propri mezzi (polizia locale, pattugliamenti, illuminazione, servizi sociali), tende a delegare il compito ai privati. Il vademecum "anti-Crans" potrebbe essere letto come un modo per dire: "Se accade qualcosa di illegale nelle strutture, la colpa è dei gestori che non hanno seguito i 10 punti". È fondamentale che questa iniziativa non diventi un alibi per l'assenza di interventi strutturali nelle zone più difficili della città.
Quante delle 10 regole sono realmente innovative rispetto al Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS)? Se il vademecum si limita a ribadire obblighi già esistenti, ci troviamo di fronte a un'operazione di "pressione morale" o, peggio, di puro marketing politico. Se invece introduce nuovi obblighi, bisognerebbe valutarne la tenuta giuridica domandandosi se un Comune può imporre protocolli che vanno oltre la legge nazionale senza creare disparità di trattamento.
In conclusione:
Il piano del Comune ha il merito di accendere un faro sulla legalità nel settore ricettivo, un ambito dove l'abusivismo è piaga diffusa. Tuttavia, la linea tra "collaborazione virtuosa" e "delega impropria" è sottile.
Perché il vademecum non resti solo carta stampata o un peso burocratico, deve essere accompagnato da incentivi per chi si adegua e, soprattutto, da un reale potenziamento dei servizi pubblici. La sicurezza non può essere esternalizzata ai privati; può essere partecipata, certo, ma la lettura "tra le righe" ci dice che senza un controllo pubblico efficace, 10 punti su un foglio di carta non fermeranno mai chi è intenzionato a operare nell'illegalità.

Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")


Perugia: La cultura tra i borghi! Come la vede il Comune.

Perugia Comunica annuncia il ritorno, nel 2026, del programma "Strade ad Alto Contenuto di Cultura" per la rigenerazione di Borgo Sant'Angelo (Corso Garibaldi) (leggi qui). A una prima lettura appare come un entusiastico comunicato istituzionale, ma un'analisi "tra le righe" rivela dinamiche più complesse relative alla gestione urbana e sociale del quartiere.
"Perugia Social City" vuole entrare nei dettagli? Eccoli!
La "Istituzionalizzazione" del successo dal basso.
Il comunicato sottolinea la collaborazione tra Regione, Comune e associazioni. Tuttavia, leggendo tra le righe, emerge che la vera spinta rigenerativa è partita dal basso (il progetto Corso Garibaldi District è alla sua settima edizione).
Le istituzioni sembrano "salire sul carro" di un successo costruito faticosamente da residenti e commercianti durante gli anni del degrado. Il linguaggio trasforma un'iniziativa di resistenza civica in un "programma istituzionale", rischiando di annacquare l'identità spontanea e talvolta conflittuale del Borgo in una narrazione più rassicurante e "patinata".
La cultura come strumento di Marketing (e il rischio gentrificazione)
Il focus è su eventi come Vinyl Freaks, musica live e mercati agricoli.
Si parla di "rigenerazione", ma il comunicato si concentra quasi esclusivamente sull'intrattenimento e il consumo (il pranzo in piazza, il mercato del vinile, i concerti). Il rischio è che la "cultura" diventi solo un brand per attirare visitatori esterni, trasformando il quartiere in un distretto del tempo libero ("laboratorio urbano di innovazione") piuttosto che affrontare i problemi strutturali di chi ci vive 365 giorni l'anno (servizi minimi, costi degli affitti, spopolamento).
La retorica dello spazio pubblico: Il caso di piazza Puletti.
Il comunicato cita piazza Puletti come esempio di "un parcheggio trasformato in piazza".
Sebbene sia una vittoria urbanistica innegabile, l'enfasi sulla "filiera corta" e sul "dialogo originale tra cibo e musica" maschera una realtà più prosaica: la piazza vive solo in occasione di eventi programmati. La sfida della rigenerazione non è l'evento eccezionale, ma la vivibilità quotidiana. Definire un quartiere "vivo e dinamico" basandosi su un fine settimana di anteprime può essere una forzatura comunicativa che ignora le ombre che ancora persistono nelle vie laterali del borgo.
Il silenzio sui problemi "scomodi".
Il testo menziona il "periodo di degrado da cui sta lentamente uscendo".
L'uso dell'avverbio "lentamente" è l'unico accenno alle difficoltà reali. Non si fa menzione delle tensioni sociali, del problema della sicurezza (spesso percepito o reale in quella zona) o della convivenza tra la movida e i residenti storici. Si preferisce una narrazione armoniosa dove associazioni, commercianti e istituzioni marciano compatti, omettendo la complessità di gestire un quartiere che è, per sua natura, multiculturale e stratificato.
L'uso del futuro e il "Modello Perugia".
Presentare Borgo Sant'Angelo come un "laboratorio di innovazione" proietta il quartiere verso un'immagine ideale di smart-city culturale.
C'è una certa enfasi "estetica" nel citare spazi come l'Auditorium Santa Cecilia o il vinile (oggetto feticcio della cultura informale/urbana). Questo suggerisce una volontà di posizionare Perugia in un circuito di città europea alla moda. Tuttavia, se la rigenerazione resta legata al contributo di Fondazioni o bandi regionali (come citato per il 2025), resta il dubbio sulla sostenibilità economica a lungo termine una volta che i riflettori dei grandi eventi si spegneranno.
In sintesi?
Il comunicato è un ottimo pezzo per far conoscere la città come un preciso marchio: efficace, positivo e proiettato al futuro. Tuttavia, "tra le righe", rivela una rigenerazione che punta molto sull'evento e meno sulla struttura, delegando spesso al settore privato e associativo l'onere di mantenere vivo il tessuto sociale, con il rischio di trasformare un borgo storico in una "vetrina culturale" ad uso e consumo dei turisti e degli universitari, più che dei residenti.

Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")


Perugia e il Progetto PARKS:

Verde Condiviso o "Fai-da-te" Municipale?

L'avvio del progetto PARKS, a cui Perugia partecipa insieme ad altre sei città europee, (leggi qui) rappresenta un punto di svolta nella narrazione amministrativa della città: il passaggio dal concetto di verde come semplice "ornamento" a quello di "infrastruttura sociale" gestita in modo condiviso.
Tuttavia, leggendo tra le righe, tra i proclami istituzionali e la realtà percepita dai cittadini e dalle associazioni ambientaliste, esiste uno scarto significativo.

Vogliamo analizzare gli eventuali "pro" e "contro" sulla verità di questa condivisione, focalizzata esclusivamente sui benefici reali (o mancati) per il verde pubblico di Perugia?
I Pro: Un valore aggiunto della condivisione.
Il progetto PARKS mira a superare il modello in cui il Comune è l'unico attore (spesso in difficoltà finanziaria) della manutenzione.
Il beneficio principale non è solo agronomico, ma sociale. Un parco "adottato" da associazioni o cittadini è un parco più vissuto e meno soggetto a vandalismo. La condivisione trasforma le aree verdi in luoghi di socializzazione, riducendo l'abbandono.
La partecipazione permette, in oltre, una segnalazione più rapida di criticità (alberi malati, arredi rotti, perdite idriche) che spesso sfuggono alla manutenzione ordinaria comunale, sempre più esternalizzata a cooperative con calendari rigidi.
Progetti come questo (e il precedente Life Clivut) puntano a piantare specie più adatte al cambiamento climatico. Coinvolgere la cittadinanza significa anche educare al rispetto della biodiversità urbana, evitando che i parchi siano visti solo come "prati da tagliare".
I Contro: Le ombre della gestione partecipata.
Nonostante le buone intenzioni, a Perugia il dibattito è acceso e le critiche non mancano.
La critica più frequente riguarda l'uso di patti di collaborazione che potrebbero mascherare il disimpegno del Comune. Se la cura del verde viene delegata ai privati o alle associazioni per risparmiare, il rischio è che solo i quartieri "attivi" e benestanti abbiano parchi curati, creando una città a due velocità.
Spesso la "condivisione" si limita all'organizzazione di eventi o alla pulizia superficiale. Il verde pubblico di Perugia, però, necessita di interventi strutturali pesanti (potature specializzate, cura delle alberature storiche, rigenerazione del suolo) che non possono essere affidati a volontari non esperti. Il rischio è che la partecipazione diventi un "palliativo" mentre il patrimonio arboreo continua a invecchiare senza una regia professionale.
Associazioni come Coscienza Verde hanno spesso evidenziato una discrepanza tra gli alberi abbattuti (per sicurezza o per interventi urbanistici) e quelli effettivamente ripiantati. La "gestione condivisa" rischia di essere un'operazione di sola comunicazione se non è supportata da un Bilancio del Verde trasparente e da un reale potere decisionale dei cittadini (la Consulta del Verde è stata spesso criticata per essere poco operativa o meramente consultiva).
In conclusione: Beneficio reale o facciata?
La verità sta nel mezzo. Se il progetto PARKS riuscirà a fornire strumenti digitali e risorse reali ai cittadini per partecipare alle scelte (e non solo per raccogliere rifiuti), il beneficio per il verde di Perugia sarà immenso.
Se invece la condivisione rimarrà confinata a piccoli orti urbani o adozioni di aiuole, mentre le grandi aree verdi della città continuano a soffrire per la carenza di fondi e per manutenzioni aggressive (come le tanto discusse capitozzature o i tagli dei pini), allora il progetto resterà un'interessante esercizio teorico europeo con scarse ricadute sul benessere reale dell'ecosistema urbano perugino.

Giampiero Tamburi (coordinatore gruppo informale "Perugia Social City")


LA NUOVA RACCOLTA RIFIUTI PER ALCUNE FRAZIONI.

L'analisi del progetto di riorganizzazione della raccolta rifiuti a Castel del Piano e San Sisto (Perugia) (leggi qui) evidenzia un passaggio decisivo verso il modello di gestione "porta a porta" integrale, superando il sistema dei grandi contenitori stradali.
Possiamo su questo progetto, leggendo tra le righe, fare un'analisi critica dei pro e dei contro di questa tipologia di raccolta, basata sulle specificità del medesimo e sulle esperienze consolidate in contesti urbani simili.
I PRO? Eccoli!
Il sistema "Tris" (secco, carta, plastica/metalli) unito al porta a porta dell'organico permette di intercettare frazioni di rifiuto molto più pure. Rimuovendo i cassonetti stradali, si elimina l'anonimato che spesso favorisce conferimenti errati o il "lancio del sacchetto" indiscriminato.
L'introduzione della tracciabilità RFID sui singoli contenitori è il presupposto tecnologico necessario per la "tariffazione puntuale": in futuro, i cittadini pagheranno in base a quanto rifiuto indifferenziato effettivamente producono, incentivando comportamenti virtuosi.
La rimozione dei grandi cassonetti da 2.400 litri elimina i punti critici di degrado dove spesso si accumulano rifiuti ingombranti o sacchetti abbandonati all'esterno, restituendo spazio ai marciapiedi e ai parcheggi.
Avere i contenitori associati alla propria utenza spinge il cittadino a una maggiore attenzione, riducendo la produzione di indifferenziato a favore del recupero.
I CONTRO? Eccoli!
San Sisto e Castel del Piano sono zone ad alta densità abitativa con molti condomini. La gestione di numerosi mastelli o carrellati all'interno di cortili o aree comuni può essere problematica per la mancanza di spazio fisico, creando potenziali tensioni tra vicini o problemi di decoro all'interno delle proprietà private.
L'introduzione del porta a porta per l'organico (con frequenza bisettimanale) richiede un rigore estremo da parte dell'utente. In estate, la permanenza dei rifiuti organici in contenitori privati può causare cattivi odori, specialmente se i contenitori non vengono lavati regolarmente dai residenti.
Finché il sistema non sarà totalmente uniforme su tutto il territorio comunale e limitrofo, esiste il rischio che alcuni utenti "migrino" con i propri sacchetti verso zone dove sono ancora presenti cassonetti stradali (nelle aree non ancora toccate dal progetto) o nei comuni confinanti.
Il sistema richiede che l'utente esponga i contenitori in giorni e orari precisi. Questo può rappresentare un onere significativo per persone anziane, disabili o per chi ha orari di lavoro rigidi e non dispone di spazi protetti dove lasciare i contenitori.
Aumento dei Costi Operativi Iniziali:
Il porta a porta è intrinsecamente più costoso in termini di personale e mezzi rispetto alla raccolta stradale meccanizzata. Sebbene il recupero di materiali nobili (carta, plastica) porti introiti, il bilancio economico nel breve termine potrebbe risentirne, riflettendosi potenzialmente sulla bolletta se non compensato da un'altissima efficienza.
Considerazioni Finali.
Il progetto per Castel del Piano e San Sisto rappresenta un'evoluzione necessaria per raggiungere l'obiettivo regionale del 75% di differenziata. La sfida principale per il comune di Perugia non sarà tanto tecnica, quanto comunicativa e logistica: l'efficacia del sistema dipenderà dalla capacità di gestire i casi limite (condomini senza spazi) e dalla puntualità dei ritiri, fondamentale per mantenere la fiducia dei cittadini in un sistema che chiede loro un impegno quotidiano molto più gravoso rispetto al passato.

Giampiero Tamburi (coordinatore gruppo informale "Perugia Social City")


Ponte san Giovanni: da periferia a città?

L'articolo di Urbanpromo (leggi qui) a cui fai riferimento (relativo al progetto "Ponte San Giovanni da periferia a città") descrive un reale e ambizioso piano di rigenerazione urbana del Comune di Perugia, finanziato attraverso il bando nazionale PINQuA (Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell'Abitare) e integrato nel PNRR.
Tuttavia, bisogna ,leggendo tra le righe, fare una distinzione netta tra la "verità" urbanistica e la "suggestione" politica o giornalistica:
La "verità" del progetto Urbanpromo.
Il progetto non ha lo scopo di rendere Ponte San Giovanni un comune autonomo. Il titolo "da periferia a città" è un'espressione urbanistica: si riferisce alla volontà di dotare il quartiere di servizi, piazze, spazi sociali e infrastrutture (come, per esempio, il miglioramento dei collegamenti) affinché non sia più solo un "dormitorio" o una periferia degradata, ma un centro urbano autosufficiente e di qualità.
In sintesi: si parla di "città" in senso funzionale e architettonico, non istituzionale.
L'autonomia.
L'autonomia spesso ospita riflessioni, provocazioni o amarcord sulla vita del quartiere. Il tema di Ponte San Giovanni come comune autonomo è un "tormentone" storico che riaffiora periodicamente da decenni.
Perché se ne parla? Con oltre 20.000 abitanti, Ponte San Giovanni è più popoloso di molti comuni umbri (come Corciano o Bastia Umbra). Molti residenti avvertono un distacco dal centro storico di Perugia e ritengono che le tasse pagate non tornino indietro in termini di servizi proporzionati.
È possibile che diventi un comune? Tecnicamente sì, la legge italiana prevede l'istituzione di nuovi comuni tramite leggi regionali e referendum. Tuttavia, non c'è alcun iter formale in corso né il progetto di Urbanpromo mira a questo. Al contrario, il Comune di Perugia sta investendo massicciamente nell'area proprio per "ricucirla" al tessuto cittadino, non per separarsene.
In conclusione.
L'articolo è vero per quanto riguarda i lavori e i fondi stanziati, ma il riferimento al diventare "comune" è probabilmente una riflessione indotta dai residenti per stimolare il dibattito sull'identità e l'importanza del quartiere. Al momento, Ponte San Giovanni resta (e il progetto punta a consolidarlo come tale) il cuore pulsante e produttivo del Comune di Perugia.

Giampiero Tamburi (coordinatore dei gruppo infirmale "Perugia Social City")


In via dei Filosofi? Un intervento giusto ma localizzato a fronte di un'emergenza urbana che riguarda l'intera città di Perugia.

Via dei Filosofi: un "ok" che sa di parzialità. Perché solo qui, se tutta Perugia ha le stesse necessità?
L'annuncio del via libera al rifacimento della segnaletica e alla valutazione dei marciapiedi in via dei Filosofi (leggi qui) viene presentato come una vittoria dell'efficienza amministrativa, approvato all'unanimità dal Consiglio Comunale. Tuttavia, leggendo tra le righe di questo provvedimento, emerge una realtà meno rassicurante: quella di una politica degli "interventi a macchia di leopardo" che sembra ignorare la scala del degrado urbano perugino.
Il "caso" via dei Filosofi: un'eccezione o un privilegio?
L'ordine del giorno approvato parla di "accessibilità limitata", "sicurezza ridotta" e "rischio incidenti". Parole sacrosante, se non fosse che descrivono perfettamente lo stato di decine di altre arterie cittadine. Da via Settevalli a via dei Loggi, dalle periferie storiche alle zone industriali, il deterioramento dei marciapiedi e la segnaletica sbiadita sono la regola, non l'eccezione.
Viene allora da chiedersi: perché via dei Filosofi riceve oggi questa attenzione dedicata? Qual è il criterio che eleva una via a priorità assoluta mentre il resto della città attende un piano organico? La parzialità dell'intervento suggerisce che la gestione della manutenzione a Perugia continui a procedere per "impulsi" o per la pressione di specifiche mozioni politiche, anziché seguire una programmazione basata sul reale stato di necessità di tutto il territorio comunale.
L'insidia della "valutazione": fatti o annunci?
L'articolo specifica che per i marciapiedi si procederà a una "valutazione complessiva dello stato". Tradotto dal linguaggio burocratico, questo significa che mentre per la segnaletica si interverrà (forse) a breve, per i marciapiedi siamo ancora alla fase dello studio. È la classica strategia del "prendere tempo": si dà un titolo rassicurante ai giornali, ma non si stanziano ancora i fondi necessari per risolvere il problema strutturale.
Come giustamente sottolineato dalla minoranza nel testo, il rischio è che questo ordine del giorno rimanga l'ennesimo annuncio senza una reale copertura economica o una tempistica certa. Se ogni via di Perugia dovesse attendere un proprio ordine del giorno dedicato e una successiva fase di "valutazione", la città rischierebbe di cambiare aspetto prima di vedere un cantiere.
La necessità di un Piano Globale.
La maggioranza rivendica una "pianificazione ad ampio raggio", ma la cronaca quotidiana dei residenti racconta un'altra storia. Un intervento "globale" non significa rifare tutto in un giorno, ma avere una graduatoria pubblica del degrado, dove i cittadini sanno che la loro strada verrà sistemata secondo criteri di urgenza oggettiva, e non perché è stata oggetto di un dibattito in Consiglio.
Intervenire su via dei Filosofi senza un contestuale piano per i rimanenti quartieri che versano nelle medesime (se non peggiori) condizioni, non fa altro che alimentare un senso di ingiustizia tra i cittadini. Perugia non è fatta di una sola via; la sicurezza stradale e l'abbattimento delle barriere architettoniche devono essere un diritto universale di ogni residente, non il risultato di una mozione fortunata.
In conclusione, se da un lato non si può che accogliere con favore ogni metro di marciapiede messo in sicurezza, dall'altro non si può tacere sulla frammentarietà di queste scelte. Senza un intervento strutturale e globale, via dei Filosofi rimarrà solo una piccola isola di (forse) nuovo aspetto in un mare di segnaletica invisibile e percorsi pedonali impraticabili.

Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")


"Partecipa Perugia" e "Le case della partecipazione".

Tra il dire e il fare c'è di mezzo..la politica!

Analizzare "tra le righe" un comunicato istituzionale richiede di separare l'entusiasmo della narrazione politica dall'applicabilità pratica e dai rischi strutturali.

Sebbene l'articolo in questione (leggi qui) ,risalente a maggio 2025, presenti il progetto come una svolta democratica, una disanima obiettiva mette in luce luci e ombre di questo approccio.
Un'analisi critica dei pro e dei contro sottesi al progetto "Partecipa Perugia"? Eccola!
Disanima critica sulle "Le Case della Partecipazione" tra Utopia e Realtà.
I punti di forza.
Il pregio maggiore è il tentativo di scardinare la politica dei social media. Riportare le persone in stanze fisiche (CVA, hub di comunità) costringe al dialogo civile e alla mediazione, elementi che l'algoritmo digitale ha eroso. È un investimento nel "capitale sociale" della città.
Il coinvolgimento del Dipartimento di Scienze Politiche suggerisce che non si tratti di semplici "chiacchiere da bar". L'uso di metodologie strutturate (come i gruppi crescenti) e il monitoraggio dei risultati servono a dare rigore e continuità, evitando che il progetto svanisca dopo i primi mesi di entusiasmo.
Il riconoscimento del policentrismo: Perugia è una città complessa e frammentata. Leggere che si vogliono dare "pari dignità e attenzione" a ogni quartiere è un riconoscimento necessario di un limite storico della politica perugina, spesso troppo concentrata sul centro storico a discapito delle periferie-dormitorio.
L'Amministrazione condivisa come norma: L'obiettivo di modificare i regolamenti comunali è lungimirante. Se la partecipazione diventa "norma", smette di essere una concessione della giunta di turno e diventa un diritto acquisito del cittadino.
Le criticità e i rischi.
Tra le righe si legge l'appello a essere "antenne e moltiplicatori". Il rischio concreto è che a partecipare siano sempre e solo i cittadini già attivi, i "professionisti della partecipazione" o le fazioni più vicine all'area politica della giunta. Il pericolo è creare una"camera dell'eco" che esclude la maggioranza silenziosa o chi è realmente disilluso.
Il percorso è articolato in otto azioni strategiche e dura tre anni. In un mondo che corre veloce, esiste il rischio reale che i tempi della co-progettazione siano troppo lunghi rispetto all'urgenza dei problemi (strade, sicurezza, rifiuti). Il cittadino potrebbe percepire queste fasi come "perdite di tempo" burocratiche.
L'articolo parla di "rappresentanti volontari scelti dai quartieri". Affidare la democrazia partecipativa al volontariato è un'arma a doppio taglio: senza risorse o potere decisionale reale, il rischio di una sindrome da stress dei cittadini è altissimo. Se il parere delle Case non sarà vincolante, la frustrazione supererà il senso di appartenenza.
Cosa succede se la "progettazione condivisa" dei cittadini si scontra con i vincoli tecnici o di bilancio del Comune? L'articolo non chiarisce come verranno gestite le aspettative deluse. Il rischio è generare un senso di "falsa democrazia" se, alla fine, le decisioni rimangono puramente in capo alla giunta.
Rileggendo l'articolo oggi, ci si deve chiedere quanto di quel "sogno collettivo" si sia trasformato in infrastruttura reale e quanto sia rimasto slogan elettorale. La "meravigliosa fatica" citata dalla Sindaca rischia di diventare solo "fatica" se non supportata da investimenti economici concreti oltre che metodologici.
Conclusione
Il progetto "Partecipa Perugia" emerge come un ambizioso esperimento di ingegneria sociale. Il successo o il fallimento, "leggendo tra le righe", non si misura dal numero di partecipanti al primo incontro, ma dalla capacità dell'amministrazione di cedere realmente quote di potere decisionale ai territori, accettando anche il dissenso che la democrazia dal basso inevitabilmente produce.

Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")


Le buche nobili e le buche plebee delle strade di Perugia.

Leggiamo "tra le righe" delle recenti deliberazioni del Comune di Perugia (in particolare la DGC del 17 dicembre 2025 e le variazioni di bilancio collegate al DUP 2026-2028 -leggi qui-). Si nota una strategia politica e finanziaria molto precisa, che va oltre i semplici annunci dei "4 milioni per le strade".
Ecco l'analisi di ciò che emerge dai documenti tecnici e dai flussi di cassa:
Il gioco dei "Residui" e l'Unificazione dei Progetti.
Nelle pieghe della delibera di dicembre 2025, si nota che lo stanziamento di 3,7 milioni di euro non è composto interamente da "nuove risorse" fresche di bilancio.
Cosa c'è scritto? Il Comune ha accorpato il progetto di via dei Loggi (1,2 milioni) con un "residuo 2025" di 2,5 milioni.
Tra le righe: Questo significa che una parte consistente dei fondi era già stanziata ma non spesa o rimasta "incagliata" in passate programmazioni. L'amministrazione Ferdinandi sta facendo un'operazione di pulizia e accelerazione: recupera somme dormienti per iniettarle subito in cantieri visibili, evitando che i fondi vadano in avanzo vincolato (e quindi diventino più difficili da usare).
La "Scommessa" della Qualità contro il "Debito Manutentivo"
L'assessore Zuccherini parla spesso di "interventi strutturali".
La verità tecnica? Per una città come Perugia, 3,7 milioni l'anno coprono circa 15-20 km di strade in modo serio (rifacimento profondo). Perugia ha oltre 1.000 km di rete viaria!
Tra le righe: La giunta ha ammesso implicitamente che non può aggiustare tutto. La scelta politica è quella di "sacrificare" le strade secondarie e le frazioni minori (che continueranno a ricevere solo piccoli interventi d'urgenza) per concentrare la potenza di fuoco sulle grandi arterie (via Cortonese, via XX Settembre, via dei Loggi). È una scelta di visibilità e sicurezza sui grandi flussi, a discapito della capillarità.
E l'ombra del Minimetrò sul Bilancio Strade?
Tra le righe delle discussioni in Commissione Bilancio (dicembre 2025) è emerso un dato critico: la manutenzione straordinaria del Minimetrò richiederà 11 milioni nel 2026 e 11,5 milioni nel 2027.
Poiché queste somme per il Minimetrò non erano state accantonate negli anni passati, il bilancio comunale è sotto forte stress.
E l'effetto sulle strade di questa situazione?

Nonostante i 24 milioni "recuperati" dalla rinegoziazione dei mutui, la necessità di coprire i costi fissi del trasporto pubblico limita la possibilità di aumentare ulteriormente il budget per l'asfalto. La "verità" è che il piano strade attuale è il massimo sforzo possibile, ma resta insufficiente rispetto al degrado accumulato nell'ultimo decennio.
Una strategia comprensibile: L'uso delle "Imprese Locali" come ammortizzatore sociale.
Dall'ultima gara (Piano 2024), chiusa a fine 2025, sono risultate vincitrici 4 ditte umbre.
Il Comune sta frammentando i lavori in lotti non solo per velocità, ma per permettere alle medie imprese del territorio di partecipare (gare troppo grandi attirerebbero solo colossi nazionali).
Tra le righe: Questo crea un "circolo virtuoso" politico-economico: i soldi delle tasse dei perugini tornano alle aziende locali, garantendo un consenso più solido rispetto all'efficienza pura di un unico grande appalto nazionale.
Sintesi della "Verità"!
L'amministrazione sta operando un "pronto soccorso d'eccellenza":
Concentra i soldi dove passano più auto per massimizzare la percezione di miglioramento.
Usa l'inversione procedimentale per aprire i cantieri in tempi record (entro la primavera 2026).
Nasconde la carenza strutturale di fondi (dovuta ai costi del Minimetrò e ai tagli provinciali) dietro un'efficace comunicazione sui "milioni recuperati".

Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")​


Il verde pubblico visto dalla politica comunale.

L'articolo pubblicato su Perugia Comunica (qui) presenta un'analisi degli interventi dell'amministrazione Ferdinandi sul verde pubblico. Pur essendo un comunicato istituzionale dai toni positivi, una lettura "tra le righe" permette di far emergere alcune tensioni politiche, criticità gestionali e scelte strategiche che meritano una riflessione critica.
Ecco alcune considerazioni su ciò che si legge "tra le righe":
La rottura politica con il passato.
L'uso di espressioni come "cambio di passo" e la dichiarazione dell'assessore Grohmann ("prenderci cura delle alberature come non era mai stato fatto in passato") sono un attacco diretto alla precedente gestione (giunta Romizi).
Critica implicita: Si suggerisce che per anni il verde sia stato gestito in modo emergenziale, poco scientifico o semplicemente trascurato. L'enfasi sulla "cura" serve a legittimare l'attuale amministrazione come "tecnica" e "competente" rispetto a una presunta approssimazione precedente.
Il conflitto tra Alberi e Infrastrutture (Illuminazione).
Un punto centrale dell'articolo riguarda lo stanziamento di 180.000 € per risolvere le "interferenze" tra alberi e illuminazione pubblica.
Lettura critica: Qui emerge una visione utilitaristica dell'albero. Se da un lato si parla di "esseri viventi", dall'altro l'albero viene descritto quasi come un ostacolo fisico alla sicurezza stradale (le "ombre portate" sui passaggi pedonali). Il rischio è che, sotto la bandiera della sicurezza, si proceda a potature drastiche per dare spazio ai lampioni, subordinando la salute della pianta alla funzionalità dell'infrastruttura elettrica.
La "Sicurezza" come scudo per le potature.
L'articolo insiste molto sul concetto di sicurezza legata agli "eventi meteorologici estremi".
Considerazione: In un periodo di forte sensibilità ambientale, le amministrazioni sanno che abbattere o potare pesantemente gli alberi attira critiche feroci dai cittadini. Giustificare gli interventi con la "sicurezza" e le "indagini strumentali" di professionisti serve a costruire uno scudo tecnico preventivo contro eventuali proteste degli ambientalisti. Si dice, in sostanza: "Lo facciamo per la vostra incolumità, ce lo dicono i tecnici".
La gestione basata sulle "Segnalazioni".
La sindaca Ferdinandi menziona le "tantissime segnalazioni" dei cittadini che chiedevano interventi attesi da tempo.
Critica implicita: Questo rivela che l'agenda della manutenzione è ancora fortemente influenzata dalla pressione popolare e dal "pronto intervento" segnalato dall'utente, più che da un piano pluriennale di monitoraggio costante e invisibile. Il rischio è una gestione del verde "a macchia di leopardo", dettata da chi protesta più forte.
L'adeguatezza delle risorse.
Viene sbandierato un investimento di circa 430.000 euro.
Riflessione economica: Per una città delle dimensioni di Perugia, con un patrimonio arboreo vasto e complesso, mezzo milione di euro è una cifra significativa ma probabilmente ancora insufficiente per una vera manutenzione "sistemica" e capillare di tutto il territorio (dalle periferie alle aree interne). L'enfasi sulla cifra serve a dare un'idea di imponenza a un intervento che, nella realtà operativa di un ufficio verde, potrebbe coprire solo le criticità più urgenti.
L'uso del linguaggio "Ecosistemico".
Si parla di "servizi ecosistemici" e "benessere".
Osservazione: È l'adozione di un nuovo glossario politico-ambientale. Tuttavia, nell'articolo questi termini rimangono sullo sfondo rispetto alla "sicurezza" e al "decoro". La sfida "tra le righe" è capire se l'amministrazione vede l'albero come un alleato contro il cambiamento climatico (isole di calore, assorbimento CO2) o semplicemente come un elemento d'arredo che non deve creare problemi ai lampioni e alle macchine parcheggiate.
In sintesi.
L'articolo tenta di narrare una nuova era di competenza e cura, ma tradisce la difficoltà cronica di conciliare la natura viva (gli alberi) con una città pensata per le auto e l'illuminazione artificiale. La vera prova della "cura" promessa non sarà nel numero di potature effettuate, ma nella capacità di far sopravvivere le piante in salute senza mutilarle in nome della visibilità stradale.

Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")