Diritti Umani

I Diritti Umani sono lo scudo che protegge la dignità della persona contro ogni forma  di abuso, garantendo a chiunque la possibilità di vivere un'esistenza libera e dignitosa.


Il diritto di morte sull'umanità!

Pena di morte: una battuta d'arresto per i diritti umani nel 2025
Nel 2025, il mondo ha assistito a una preoccupante inversione di tendenza sul fronte dei diritti umani: con almeno 2.707 esecuzioni registrate, il numero di persone messe a morte ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 44 anni. Questo dato, emerso dall'ultimo rapporto di Amnesty International (leggi qui), evidenzia come la pena capitale non sia un retaggio del passato in via di estinzione, ma uno strumento attivo utilizzato da una ristretta, quanto aggressiva, minoranza di governi.
La pena di morte come strumento di repressione.
Il rapporto sottolinea un cambiamento nell'uso della pena capitale: essa viene sempre meno applicata per contrastare reati gravissimi e sempre più spesso impiegata come strumento di repressione politica e controllo sociale. In paesi come l'Iran, responsabile di gran parte dell'aumento globale con oltre 2.100 esecuzioni, la pena di morte viene utilizzata per instillare terrore, colpire dissidenti, minoranze etniche e religiose, e mantenere il controllo sulle opposizioni.
Violazioni dei diritti umani: il caso della "guerra alla droga".
Uno degli aspetti più allarmanti è l'utilizzo della pena di morte in relazione ai reati di droga, che nel 2025 ha rappresentato il 46% delle esecuzioni note. Tale pratica è in aperto contrasto con il diritto internazionale, che limita l'applicazione della pena capitale ai cosiddetti "reati più gravi" (generalmente interpretati come omicidi volontari).
Questa deriva trasforma la lotta al narcotraffico in una vera e propria guerra contro i soggetti più vulnerabili. Le persone condannate provengono spesso da contesti di grave marginalità economica e sociale e sono regolarmente prive di un'adeguata assistenza legale, rendendo il processo un atto iniquo, spesso basato su confessioni estorte sotto tortura.
L'irreversibile affronto alla dignità umana.
Amnesty International definisce la pena di morte come «un irreversibile affronto all'umanità». La sua applicazione viola i pilastri fondamentali della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, in particolare:
Il diritto alla vita: che dovrebbe essere inviolabile.
Il divieto di tortura e trattamenti crudeli, inumani o degradanti: intrinseci all'attesa nel braccio della morte e alla procedura stessa dell'esecuzione.
Una speranza controcorrente.
Nonostante l'escalation in paesi come Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti (che hanno registrato il numero più alto di esecuzioni dal 2009), la tendenza storica a lungo termine rimane orientata verso l'abolizione. Oggi, oltre due terzi dei paesi del mondo sono abolizionisti per legge o nella pratica.
Il 2025 ha visto anche segnali positivi: il Vietnam ha limitato l'uso della pena capitale per diversi reati, il Gambia l'ha eliminata per omicidio e tradimento, e in diversi Stati (come in Alabama negli USA) sono stati compiuti atti di clemenza senza precedenti.
In conclusione, la pena di morte oggi appare come una pratica sempre più isolata, utilizzata da regimi che pongono la forza istituzionale e la paura al di sopra della tutela dei diritti fondamentali della persona. La sfida della comunità internazionale rimane quella di mantenere alta la pressione per arrivare a un mondo libero dall'ombra del cappio.

Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")


Meno armi più sociale!

Il dibattito sulla transizione di risorse e visione dal comparto "militare" a quello "sociale" — tema centrale in diverse analisi contemporanee, come quelle promosse dall'Osservatorio Diritti e da reti pacifiste (leggi qui) — si inserisce in una riflessione più ampia sulla definizione di "sicurezza" e sulle priorità di investimento di uno Stato moderno.
Come suo uso, il gruppo informale "Perugia Social City", vuole fare una disanima dei punti principali che emergono nel confronto tra queste due visioni, evidenziando ciò che viene spesso indicato come utile e necessario per il tessuto sociale italiano.
La tesi: Investire nel Sociale (Disarmo e Welfare).
Chi sostiene lo spostamento di fondi dal militare al sociale (spesso riassunto nel concetto di "conversione delle spese militari") punta sulla necessità di rafforzare la resilienza interna del Paese.
Argomenti a favore:
Priorità al Welfare: Si argomenta che, in un contesto di crisi economica, inflazione e precarietà, le risorse debbano essere concentrate su sanità, scuola, sostegno alle famiglie e transizione ecologica, considerati i veri pilastri della sicurezza dei cittadini.
Prevenzione dei conflitti: Una visione che promuove la cultura della pace e la diplomazia attiva ridurrebbe, nel lungo periodo, la necessità di ricorrere a costosi apparati di difesa militare.
Occupazione qualificata: La riconversione industriale di parte dell'industria bellica verso produzioni civili (es. tecnologie per l'energia rinnovabile o infrastrutture sanitarie) potrebbe creare posti di lavoro sostenibili e socialmente utili.
Ciò che viene ritenuto necessario: Un sistema di monitoraggio costante delle spese militari e una pianificazione che metta al centro i diritti fondamentali, garantendo che i tagli necessari al bilancio non gravino sui servizi essenziali.
L'antitesi: La necessità della Difesa.
Dall'altro lato, la prospettiva opposta sottolinea che, in un quadro geopolitico instabile e caratterizzato da minacce ibride, l'apparato militare non è solo uno strumento bellico, ma un garante della sovranità e della stabilità.
Argomenti a favore:
Sicurezza Nazionale: In un mondo interconnesso, la difesa è vista come una precondizione necessaria affinché lo stato sociale possa esistere; senza un territorio sicuro, i diritti diventano fragili.
Dual-Use (Doppio uso): Le Forze Armate italiane sono spesso impegnate in attività di soccorso in caso di calamità naturali (alluvioni, terremoti), logistica di emergenza e cooperazione internazionale, svolgendo di fatto una funzione "sociale" imprescindibile in momenti di crisi.
Innovazione tecnologica: Gli investimenti nella difesa spingono spesso la ricerca scientifica e tecnologica (spazio, cybersicurezza), con ricadute positive anche nel settore civile.
Cosa è utile per gli italiani?
La vera sfida per l'Italia sembra risiedere non tanto in una scelta binaria (tutto al militare o tutto al sociale), quanto nel bilanciamento critico tra le due dimensioni:
Trasparenza: È considerato necessario che il Parlamento e la società civile abbiano maggiore visibilità e potere di indirizzo sulle spese militari, evitando che l'aumento dei budget avvenga in modo automatico a scapito del welfare.
Cultura della difesa civile: Molti esperti e movimenti ritengono fondamentale potenziare il Servizio Civile Universale, valorizzandolo come una forma moderna di "difesa della patria" non armata, utile per formare giovani cittadini più consapevoli e coesi.
Integrazione delle funzioni: Valorizzare il ruolo "dual-use" delle forze di sicurezza, affinché siano sempre più integrate nel soccorso e nella protezione civile, garantendo che le risorse investite portino un ritorno tangibile alla popolazione.
In conclusione, la richiesta che proviene da gran parte della società civile è quella di "demilitarizzare" le priorità politiche, orientando una parte maggiore delle risorse verso una sicurezza umana fatta di istruzione, salute e inclusione sociale, mantenendo al contempo una capacità di difesa adeguata alle minacce reali, ma sempre subordinata alle necessità fondamentali del vivere civile.

Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")


I diritti umani universali calpestati dall'UE!

L'articolo che il gruppo "Perugia Social City" oggi vuole analizzare, è intitolato: "La criminalizzazione della solidarietà", l'Ue (leggi qui) e i procedimenti giudiziari contro chi soccorre e aiuta i migranti. Il report, offre un'analisi critica delle politiche europee in materia di migrazione, evidenziando come queste portino a una sistematica persecuzione giudiziaria di chi offre assistenza ai migranti.
Ecco, di seguito, un riassunto dei punti chiave e delle critiche mosse:
Il cuore della critica: La "criminalizzazione della solidarietà".
Il testo, basandosi su un rapporto redatto da Picum (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants) in collaborazione con diverse organizzazioni (tra cui Oxfam Italia e Fondazione Ismu), denuncia una tendenza preoccupante in tutta l'Unione Europea: la trasformazione di atti di umanità e soccorso in reati.
Secondo l'articolo, la criminalizzazione non è un fenomeno isolato, ma la "naturale conseguenza" di politiche europee che puniscono, in via prioritaria, la migrazione stessa. Il risultato è la creazione di una "realtà distopica" in cui si rischiano processi, multe e persino il carcere per aver fornito cibo, acqua, riparo, assistenza legale o per aver salvato vite in mare.
Il ruolo dell'Italia e il contesto europeo.
L'articolo colloca l'Italia all'interno di un quadro più ampio in cui diversi Stati membri applicano logiche securitarie che prevalgono sui diritti umani.
Dati: Nell'ultimo anno, almeno 110 operatori umanitari e attivisti sono stati sottoposti a procedimenti giudiziari nell'Ue.
La classifica: L'Italia si colloca al terzo posto tra i paesi europei per numero di attivisti sotto processo (19 casi), preceduta dalla Grecia (50 casi, la "maglia nera") e dalla Polonia (20 casi), e seguita dalla Francia (14 casi).
La natura dei processi: Viene sottolineato che molti di questi procedimenti giudiziari si trascinano per anni (in media oltre tre anni) per poi spesso concludersi con assoluzioni o con l'archiviazione del caso, suggerendo che il processo stesso funga da strumento deterrente o punitivo, indipendentemente dall'esito legale finale.
Le argomentazioni critiche.
Erosione dei diritti: Guia Gilardoni (ricercatrice senior di ISMU) sostiene che attraverso queste misure, i diritti umani non sono più intesi come universali, ma come privilegi riservati solo a una parte della popolazione.
Stato di eccezione: L'articolo denuncia che, punendo l'assistenza umanitaria, l'Europa preserva una sorta di "stato di eccezione permanente", in cui il diritto internazionale può essere regolarmente sospeso in nome di una logica puramente securitaria.
Deumanizzazione: Viene criticato il linguaggio utilizzato dalle istituzioni, che etichetta i migranti come "illegali" (anche quando non hanno commesso reati), giustificando così la repressione di chi li assiste.
In sintesi, l'articolo presenta l'approccio dell'UE (e conseguentemente dell'Italia) come un cambiamento progressivo e pericoloso, dove la solidarietà entra in conflitto diretto con le politiche migratorie governative, portando all'erosione dello spazio civico e dei valori fondamentali sui quali l'Europa dichiara di fondarsi.

Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")