Sottocoperta!
L'editoriale di BigFoot.news che svela le verità taciute dietro i comunicati stampa della Perugia sociale.
Oltre la scogliera: la vera storia dei flussi e delle crisi alle frontiere di Ceuta.

Ogni
volta che le immagini di Ceuta fanno il giro del mondo, con migliaia
di persone in acqua, aggrappate a ciambelle di fortuna o che corrono
lungo la spiaggia di Tarajal, la narrazione mediatica tende a ridurli
a un'improvvisa "invasione". Ma dietro ai numeri da
record e alle tensioni diplomatiche si cela una realtà geopolitica e
umana molto più complessa, fatta di geografia anomala, tensioni
diplomatiche e drammi quotidiani.
Dove
ci troviamo? La geografia come chiave di lettura.
Il
primo errore da cui liberarsi quando si parla di Ceuta (e della
vicina Melilla) è pensare a un classico sbarco marittimo sulle coste
della Spagna peninsulare o dell'Europa continentale.
Ceuta
è un'enclave spagnola situata interamente nel nord del continente
africano, circondata per terra dal Marocco e bagnata dal
Mediterraneo. Chi arriva a Ceuta via mare o aggirando le barriere non
ha attraversato il mare aperto: ha compiuto un tragitto di poche
decine o centinaia di metri, saltando il confine terrestre più
anomalo d'Europa, l'unico in cui l'Unione Europea confina fisicamente
con l'Africa.
Le
radici storiche: la crisi diplomatica del 2021.
Per
comprendere la natura di questi eventi non basta guardare alla
disperazione dei singoli, ma bisogna osservare le dinamiche di potere
tra Madrid e Rabat.
La
svolta moderna nella percezione della vulnerabilità di Ceuta si è
avuta nel maggio del 2021. In quei giorni, a seguito di un duro
scontro diplomatico legato alla presenza in Spagna di Brahim Ghali
(leader del Fronte Polisario, il movimento per l'indipendenza del
Sahara Occidentale), le autorità marocchine allentarono
improvvisamente i controlli di frontiera.
Il
risultato fu l'ingresso in poche ore di circa 8.000 persone, in gran
parte giovani e giovanissimi marocchini, incoraggiati a passare o
perlomeno non fermati dalla polizia di frontiera del Marocco.
Quell'episodio ha mostrato al mondo intero come la gestione dei
flussi a Ceuta sia spesso legata a doppio filo agli equilibri
geopolitici e alle pressioni che Rabat esercita su Madrid e
sull'Unione Europea.
Una
pressione costante e invisibile.
Al
di là dei momenti di picco mediatico che infiammano il dibattito
politico europeo, con l'intervento dei corpi di sicurezza, l'invito
all'uso dei militari e le polemiche sulla tenuta dello spazio
Schengen,, la storia quotidiana di Ceuta è fatta di un stillicidio
continuo.
Le
associazioni umanitarie e i report locali ricordano che i confini di
Ceuta e Melilla sono tra i più letali al mondo. Centinaia di persone
tentano ogni anno la traversata a nuoto attorno ai frangiflutti di
cemento, sfidando correnti pericolose, ipotermia e barriere
architettoniche insormontabili. Molti non ce la fanno, e i bollettini
dei corpi recuperati in mare o lungo le scogliere si aggiornano
tristemente stagione dopo stagione.
Tra
rimpatri di massa e diritti umani.
Un
altro capitolo fondamentale della "vera storia" di Ceuta
riguarda la gestione amministrativa e legale degli ingressi. Di
fronte ai flussi straordinari, la risposta della Spagna e dell'Unione
Europea si scontra sistematicamente con due nodi cruciali:
I
respingimenti e i rimpatri accelerati: Le autorità spagnole
ricorrono spesso a massicci cordoni di rimpatrio rapido verso il
Marocco, effettuati a ritmi serrati. Queste procedure sollevano
regolarmente aspre polemiche e ricorsi da parte delle organizzazioni
per i diritti umani, che denunciano la violazione del diritto d'asilo
e l'assenza di una valutazione individuale delle posizioni
(specialmente per quanto riguarda i minori non accompagnati).
Le
sentenze giudiziarie: Il fragile equilibrio legale è spesso scosso
da pronunce interne (come quelle della Corte Suprema spagnola sui
respingimenti immediati) che cercano di bilanciare la sicurezza dei
confini con il rispetto della legalità internazionale, rendendo la
frontiera un terreno giuridico costantemente
conteso.
Conclusioni:
Raccontare
la storia dello sbarco e dei flussi a Ceuta significa andare oltre la
cronaca allarmistica del singolo giorno di emergenza. È la storia di
un confine geopolitico d'attrito, in cui la povertà strutturale e la
disperazione di migliaia di giovani del Nord Africa incontrano le
strategie di contenimento di una fortezza europea esternalizzata,
trasformando una lingua di terra e mare in uno specchio delle
contraddizioni migratorie del nostro tempo.
Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")
La favola della "Vita Indipendente" a Perugia.
Quando i bandi diventano una lotteria sulla pelle dei disabili.

Il
Comune di Perugia ha recentemente celebrato, con la consueta enfasi
burocratica e toni trionfalistici, la pubblicazione delle graduatorie
relative all'avviso pubblico per la realizzazione di progetti
personali di "Vita Indipendente" per persone con disabilità
(annualità 2026, finanziato tramite il Fondo Sociale Europeo FSE+).
Sulla carta, l'iniziativa dipinta dall'Assessorato al Sociale, suona impeccabile: 1.000 euro al mese per promuovere
l'autodeterminazione, l'assunzione di assistenti personali, il
co-housing e l'uscita dall'isolamento domestico.
Ma
se ci si spinge oltre la cortina fumogena dei comunicati stampa e si
guarda "sottocoperta", la realtà che emerge è ben
diversa. Quello che non viene esplicitamente detto è che la "vita
indipendente", un diritto fondamentale sancito dalla Convenzione
ONU sui diritti delle persone con disabilità, a Perugia continua a
essere trattata non come un servizio strutturale e universale, bensì
come un elemosina a tempo determinato, una lotteria a sportello e,
peggio ancora, una foglia di fico per mascherare l'abbandono
istituzionale.
Il
primo e più grande rimosso della narrazione comunale riguarda la
natura dei finanziamenti. I progetti sono retti dai fondi comunitari
del Programma Regionale FSE+ 2021-2027. Significa che non siamo di
fronte a una spesa corrente strutturale e stabile su cui una famiglia
può pianificare il proprio futuro, ma a un castello di carte
finanziato a singhiozzo con fondi a tempo.
Cosa
succede quando questi fondi finiscono o il ciclo di programmazione si
esaurisce? Le persone con disabilità che per qualche mese hanno
assaporato il gusto dell'autonomia, magari assumendo un assistente
personale con regolare contratto, si ritrovano improvvisamente
scaraventate nel baratro della disperazione, costrette a licenziare i
lavoratori e a tornare alla totale dipendenza familiare. Spacciare
per "progetto di vita" un intervento che dura il tempo di
una parentesi di bilancio è un insulto concettuale: la vita non va
in scadenza dopo 18 mesi.
Leggendo
i dettagli del bando della Zona Sociale n. 2 (Perugia, Corciano,
Torgiano), salta all'occhio un filtro feroce e silenzioso: il limite
di età. I progetti sono rivolti esclusivamente a chi ha un'età
compresa tra i 18 e i 64 anni.
Significa
che un diciassettenne che cerca faticosamente di costruire la propria
indipendenza agli albori dell'età adulta viene escluso, ma
soprattutto che chi supera i 64 anni viene magicamente cancellato dal
perimetro della dignità. Superata quella soglia, per il Comune la
vita indipendente svanisce: si torna a essere considerati "anziani
non autosufficienti" da parcheggiare nei circuiti geriatrici o
da scaricare interamente sulle spalle (e sulle tasche) di famiglie
ormai sfinite. È una discriminazione basata sull'anagrafe che
calpesta il principio di uguaglianza.
Dietro
alle graduatorie tanto decantate si nasconde un dramma silenzioso:
quello delle domande escluse e dei finanziamenti insufficienti a
coprire l'effettivo fabbisogno del territorio. La Zona Sociale di
Perugia gestisce le risorse con il contagocce, costringendo di fatto
i cittadini fragili a una competizione spietata per accaparrarsi un
pugno di posti utili.
Non
ci sono abbastanza fondi per tutti coloro che avrebbero diritto a un
progetto di vita autonoma. Il risultato? Si crea una graduatoria di
serie A (i fortunati ammessi) e una sterminata serie B di invisibili
che, pur possedendo i requisiti di gravità (legge 104, art. 3 comma
3), rimangono fuori per esaurimento dei fondi. È il trionfo della
politica assistenzialistica residuale: si stanziano cifre spot per
poter dire "abbiamo fatto qualcosa", lasciando intatto il
muro dell'esclusione per la maggioranza numerica.
C'è
poi un aspetto che nessuno ha il coraggio di ammettere: anche per chi
vince il bando e ottiene il contributo, Perugia offre un tessuto
urbano e sociale drammaticamente impreparato. La "vita
indipendente" non è solo pagare qualche ora di assistenza
domiciliare o comprare un ausilio tecnologico. Significa mobilità
urbana accessibile, trasporti pubblici utilizzabili, eliminazione
delle barriere architettoniche nei quartieri (e non solo nel centro
storico di rappresentanza), e politiche abitative reali (il
"co-housing" o il supporto alla locazione restano per lo
più miraggi in un mercato immobiliare cittadino ostile e privo di
alternative pubbliche). Senza questi pilastri attorno al contributo
economico, il progetto rischia di trasformarsi in una scatola vuota:
una persona disabile confinata in quattro mura con un assegno in
tasca ma impossibilitata a muoversi liberamente in una città
ostile.
In
conclusione
Festeggiare
le graduatorie della "Vita Indipendente" a Perugia equivale
a celebrare l'ordinaria amministrazione di un sistema che scambia i
diritti umani per concessioni caritatevoli. Sotto la coperta delle
buone intenzioni europee si muovono logiche di bilancio rigide, tagli
mascherati, tagli netti d'età e una disarmante incapacità di
pianificare il futuro delle persone con disabilità fuori dalla
logica dell'emergenza. Fino a quando la vita indipendente sarà un
bando a scadenza per pochi eletti e non un LEA (Livello Essenziale di
Assistenza) garantito dallo Stato e dai Comuni per tutti, i
comunicati stampa del Comune rimarranno solo esercizio di retorica
vuota.
Giampiero Tamburi (coordinatore del gruppo informale "Perugia Social City")
